“Nodo alla gola” con James Stewart (1948, titolo originale “Rope”) è uno dei miei film preferiti di Alfred Hitchcock. Una pellicola che lui ha poi quasi rinnegato, definendola «un pasticcio», perché contraddice tutto il suo modo di fare cinema. Ma Hitchcock, in questo caso, o mentiva o si sbagliava.
È il suo primo film a colori, e anche il suo primo da produttore indipendente. In questo articolo non ci occuperemo della trama, che è certamente suggestiva, ma della tecnica con la quale l’opera è stata realizzata. Tratto da una pièce teatrale, il film è stato girato con una sola inquadratura continua. Gli unici stacchi (dieci) si sono resi necessari per cambiare la bobina di pellicola esaurita (ogni dieci minuti di girato), sfruttando un espediente: un attore passava con la giacca davanti all’obiettivo al termine della bobina, in modo che le riprese potessero riprendere dal nero del primo piano della giacca con il rullo seguente. Di fatto, si tratta (quasi) di un unico piano sequenza, una tecnica mai utilizzata prima per un film di un’ora e mezza, e sperimentata raramente dopo da altri registi, con risultati scarsi, nonostante la disponibilità di attrezzature più innovative.
Una faticaccia “senza senso”
In genere, un film ha centinaia di inquadrature differenti, a volte migliaia, della durata di pochi secondi. All’epoca, soprattutto i film di Hitchcock contavano molti stacchi, perché lo spezzettamento in ripresa e la ricomposizione in montaggio erano due dei trucchi più solidi del re del brivido. Eppure, nonostante egli stesso l’abbia poi definito «un’operazione senza senso», è proprio con quel film che Hitchcock – del quale quest’anno ricorrono i 40 anni della morte, avvenuta il 29 aprile del 1980 – dimostra ancora una volta la sua genialità.

Per chi non avesse dimestichezza con un set cinematografico, bisogna infatti segnalare le enormi difficoltà tecniche che il regista e la troupe dovettero risolvere per girare “Nodo alla gola”. A cominciare dalla pulizia del suono, minata dai rumori di fondo, in un set nel quale le pareti venivano spostate di continuo, su rotaie silenziose, al passaggio degli attori da una stanza all’altra, così come le camere mobili. Senza parlare delle luci naturali che cambiavano con il passare delle ore, della necessità di bilanciarle con l’illuminazione artificiale e di utilizzare tecniche che valorizzassero le innovative riprese a colori.
Il tutto è stato possibile grazie ad una preparazione meticolosa nella quale Hitchcock ha impiegato per le prove dei movimenti, sia degli attori che della troupe, quasi gli stessi giorni che ci sono poi voluti per le riprese, in modo da poter riprodurre, anche senza la segmentazione delle scene, quelle dinamiche drammatiche tipiche delle sue opere.
Anche in un film girato tutto di seguito, quasi come se si fosse a teatro, quindi, il regista inglese ha ribadito che il cinema, così come si insegna in tutte le scuole decenti di regia e sceneggiatura, è “immagine in movimento”. Soltanto che, nel caso di “Nodo alla gola”, i movimenti di attori e tecnici erano stati immaginati e programmati da Hitchcock e poi mandati a memoria da troupe e cast.
D’altro canto, in ogni suo film, non esistono scene interlocutorie. Basta azionare un fermo immagine con la pausa del telecomando su un punto qualsiasi di una delle sue opere per accorgersi che la scena è costruita in maniera perfetta, nei minimi particolari, come se ogni frame fosse una foto a sé, con una dignità e un senso.
Questa estrema sofisticazione, che è accentuata spesso da fondali disegnati, fissi o in movimento, è la suprema magia di Hitchcock che ci fa apparire più vero del reale un mondo costruito, un mondo che continua ancora oggi a spaventare e a divertire chi guarda i suoi film. Che continuano a sprigionare una suspense che tanti film più recenti non sono in grado di esprimere, nonostante l’ampio utilizzo di mirabolanti effetti speciali e scene splatter.
Anche Hitchcock indugia su sangue e violenza, naturalmente, ma non erano questi elementi a tenere gli spettatori incollati alla poltrona, impauriti.
A lezione di suspense
A spiegare in maniera efficace cos’è la suspense per il regista inglese è stato Francois Truffaut nel famosissimo “Il cinema secondo Hitchcock” (libro-intervista frutto di un lunghissimo incontro tra i due cineasti). Il regista francese porta come esempio la scena in cui un personaggio sale su un taxi e corre verso la stazione. “È una scena normale all’interno di un film medio” scrive. E poi aggiunge: “Ora, se prima di salire sul taxi quest’uomo guarda l’orologio e dice: «Mio Dio, è spaventoso non prenderò mai il treno», il suo percorso diventa una pura scena di suspense, perché ogni semaforo, ogni incrocio, ogni vigile, ogni cartello stradale, ogni frenata, ogni movimento della leva del cambio vanno ad intensificare il valore emozionale della scena”.
Far credere al pubblico che sta per succedere qualcosa e che questo qualcosa potrebbe andar male è il vero innesco della suspense. Che si realizza non tanto attraverso i dialoghi, utili ma non necessari nel cinema (che alle origini era muto), ma soprattutto attraverso le tecniche di ripresa e i gesti.

La famosa zoomata di Notorious, dalla panoramica al dettaglio della chiave nella mano
Prendete una festa da ballo inquadrata dall’alto, l’orchestra suona, una donna è al centro della sala, si guarda intorno ansiosa, la camera all’improvviso, da una ripresa panoramica, zooma stringendo sempre più verso di lei, poi scende ancora lungo il suo corpo per fermarsi in un primo piano della sua mano che, irrequieta, stringe una chiave che la donna ha sottratto al marito. Tutti gli spettatori temono, in quel momento, che la donna possa essere scoperta. È una delle scene più famose di Notorious, con Ingrid Bergman e Cary Grant.
Prendete, invece, una donna che guarda di traverso un uomo che si sente braccato, non possiamo non pensare che sia cattiva, mentre un uomo che abbassa lo sguardo lo riteniamo sfuggente, e chi reagisce in maniera nervosa alla curiosità di qualcuno è sospetto. In questo caso, a creare la tensione, è quella che chiamerei “tecnica degli sguardi”, che Hitchcock ha imparato ad utilizzare all’inizio della sua carriera quando, in Inghilterra, girava film muti melodrammatici nei quali “la maligna” strizzava gli occhi e guardava di traverso, e “l’invidioso” parlava piegandosi con la testa tra le spalle, come per nascondersi. Da quegli sguardi così marcati comprendiamo chiaramente la psicologia del personaggio e i suoi pensieri, senza che debba utilizzare parole superflue.
La paura è nelle cose semplici
Hitchcock lavora quindi su concetti basilari, è semplice e chiaro sia nei dialoghi che nel procedere della storia perché vuole che tutti capiscano subito, senza troppa concentrazione, che sta per succedere qualcosa di brutto. Ricostruzioni troppo arzigogolate distrarrebbero lo spettatore, facendolo diventare un detective aggiunto, quindi facendolo uscire dalla trama. Lui, invece, preferisce tenere tutti immersi nelle vicende che narra: niente contorsioni mentali, la soluzione deve essere semplice, le persone devono capire cosa sta per succedere e, siccome immaginano che si tratti di qualcosa di brutto, hanno paura.

E “Nodo alla gola”, checché ne dica Hitchcock, è un capolavoro da questo punto di vista. Non ci sono inseguimenti della polizia, niente indagini analitiche, nessuna pericolosa passeggiata nel bosco di notte. Due ragazzi, per un futile motivo, quasi per gioco, ammazzano cinicamente un amico strangolandolo con una corda, poco prima di un ricevimento organizzato a casa loro. Nascondono il cadavere in un baule sul quale apparecchiano il buffet. La sola presenza di quella bara improvvisata al centro della sala, che stride con l’atmosfera festosa, è motivo di tensione anche a causa dei nervi poco saldi di uno dei due omicidi, che rischia di far scoprire il delitto.
Sono proprio gli sguardi ambigui, le reazioni emotive, la presenza al party del padre e della fidanzata dell’uomo assassinato, le domande inevase su quell’amico che tutti si chiedono come mai non sia venuto alla festa che fanno montare la tensione. E ancora oggi quel “nodo” preparato con cura da Hitchcock ci stringe la gola quando rivediamo per l’ennesima volta il film.
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