L’app…(arenza) inganna

Ho scaricato l’app Immuni. Sperando che serva a qualcosa. Sì, perché in giro non vedo molta voglia di fare altrettanto e poi gli esperti hanno detto che se non la scarica almeno il 60% degli italiani non serve a nulla…

È vero che hanno detto anche il contrario… Ed è vero che poi non hanno detto più nulla…

Ora sto aspettando che il prof. Zangrillo dica che per tracciare il virus basta aprire Spotify e scaricare We Will Rock You dei Queen.

Vabbè, intanto io faccio la mia parte.

Ho scaricato la app “Immuni” sperando che serva a qualcosa. I colori non mi piacciono. Non mi chiede foto, età. Ma i miei dati chi li gestirà? I servizi segreti?

Il 60% degli italiani? Ma questa percentuale considera il fatto che molti non hanno uno smartphone? Conteggia anche mia madre, che osserva il suo cellulare con la stessa diffidenza di un capo Apache dinanzi al treno a vapore?

È con questi dubbi che scarico l’applicazione. I colori non mi piacciono, ma fa niente. Non mi chiede foto, età … Mah!

Sono due mesi che se ne parla e ho sentito molti diffidenti.

Secondo alcuni c’è un problema di privacy, secondo altri il vero tema è chi gestirà questa enorme mole di dati. E sarà vero che li cancelleranno? E i servizi segreti?

Domande legittime, per carità, se a porcele non fossimo noi (lo so, questa frase l’ho detta come Titina De Filippo in Totò, Peppino e i fuorilegge): noi che ogni giorno diamo decine di consensi, clicchiamo centinaia di volte su “accetto”, senza neppure leggere l’informativa in tema di cookies (che avendo il nome di un biscotto al cioccolato non ci spaventano affatto): del resto chi ha il tempo e la vista per leggere due pagine, in carattere punto 6, di notizie tecniche incomprensibili sull’utilizzo dei nostri dati.

Restiamo solo vagamente sorpresi quando, di tanto in tanto, il nostro telefono ci consiglia un ristorante di sushi o la pizzeria che ha appena aperto in zona. Giusto il tempo di domandarci: come avrà fatto a sapere che avevo voglia di una margherita…?

Ogni giorno clicchiamo centinaia di volte su “accetto” senza leggere le informative sulla privacy, regalando i nostri dati ad agenzie di viaggi e Pornhub. invece con “immuni” siamo diffidenti

Ma il dubbio (non è un vero e proprio timore) dura pochi secondi. «È la tecnologia, bellezza!», ripetiamo a noi stessi. E giù a cliccare altri consensi, a spargere in giro altre informazioni, notizie che dicono come la pensiamo, cosa ci piace, cosa ci fa paura, ecc.

Intanto sento ragionare di sfiducia nella gestione dei dati da parte di persone che, nello stesso tempo, non hanno difficoltà a regalarli a siti di viaggi, all’applicazione che consiglia agriturismi, per non parlare delle visite a Pornhub: ma questo non lo ammetterà quasi nessuno, salvo chiedersi chi sono i 44 miliardi di accessi del 2019. Probabilmente li ha fatti tutti quel porco del piano di sopra!

E così, tra un’ipocrisia e l’altra, continuiamo allegramente a far funzionare la tecnologia, entusiasti di fronte alle potenzialità dell’intelligenza artificiale. Io tra questi, per carità. Del resto sono anni che vedo il bicchiere mezzo pieno, non accetterò mai di riconoscere come distopico un futuro nel quale una tecnologia che gestisce masse di informazioni (i c.d. big data, che detta così fa anche più figo), asseconda e anticipa i miei desideri.

Forse c’è anche un’altra paura: siamo un popolo di santi, poeti, navigatori e… evasori fiscali.

Ma non temete, non sarà così che scopriranno che chiedete una scuola più moderna, una sanità più efficiente, trasporti più veloci, ma poi avete un ISEE che vi consente di mettervi in fila a ricevere i buoni-pasto per indigenti. Non sarà con l’app del coronavirus che vi beccheranno a denunciare al fisco un fatturato di 8.000 euro l’anno e dichiarare alla Vita in diretta che ne avete persi 20.000 solo nell’ultimo mese. A fregarvi potrebbero essere proprio le ricerche su Tripadvisor, le prenotazioni su Just Eat, le visite al sito della concessionaria. Comunque nessuno le andrà a verificare, state tranquilli, sarebbe troppo facile.

Di questo, però, non parliamo volentieri. Di Immuni e della sua pericolosità, invece, discorrono in tanti. Se ti permetti di obiettare che in quel caso, però, è lo Stato (il Ministero della Salute) che gestisce le informazioni, il viso dell’interlocutore ti guarda come se avessi 8 anni e sembra quasi dire: appunto!

Ma non temete. Non sarà con “Immuni” che scopriranno che, mentre chiedete una scuola più moderna o sanità e trasporti più efficienti, evadete il fisco

Sì, forse il problema è proprio questo. Del resto perché dovremmo fidarci di uno Stato che in questi settant’anni ce ne ha fatte vedere di tutti i colori. Se a Via Fani, come si legge negli atti di una commissione parlamentare d’inchiesta, c’erano “anche” le Brigate Rosse; se dopo la morte del generale Dalla Chiesa la sua cassaforte in Prefettura fu svuotata mentre il corpo era ancora in strada; se abbiamo avuto fedeli servitori in divisa che discutevano con i capi-mafia di quanto fossero ragionevoli le richieste contenute nei loro pizzini. E si potrebbe andare avanti per diverse pagine. Pochi giorni fa, poi, abbiamo festeggiato pure 40 anni da Ustica.

Il punto, allora, è proprio questo: che del nostro Stato ci fidiamo poco, meno del sito di un ristorante o di una piattaforma per appuntamenti.

Ma questo Stato, il nostro, è una Repubblica e, insomma, non è la stessa cosa. Alcune delle cose che ho ricordato si sanno perché erano uomini dello Stato quelli che hanno indagato su altri uomini dello Stato, perché mi piace pensare che Aldo Moro o Giorgio Ambrosoli, se fossero vivi, scaricherebbero l’app nella convinzione che alcune cose vanno fatte, semplicemente, per il bene di tutti, perché il bene di tutti non è mai la somma aritmetica del bene di ciascuno. Perché questo significa essere una Repubblica, appunto.