«Non è contrario alla ragione che io preferisca la distruzione del mondo intero piuttosto che graffiarmi un dito» (David Hume)
Anche questa è razionalità.
Il mio amico è stato chiamato per sottoporsi alla vaccinazione con Astrazeneca e non nasconde un certo timore. Io cerco di minimizzare: «In Gran Bretagna hanno rilevato 30 casi per 18 milioni di dosi somministrate, poco più di due persone per milione». È un’affermazione razionale, basata su calcoli statistici. Dovrebbe essere sufficiente per tranquillizzare. Ma c’è un’altra ipotesi, altrettanto razionale: e se fra quei poco più di due toccasse a me? Chi può garantire che non accadrà? Nessuno.
È razionale pensare che l’evento è altamente improbabile, è altrettanto razionale pensare che la possibilità di un danno irreversibile esista, perché è matematicamente specificata, poco più di due ogni milione.
Inutile quindi relegare nella zona indefinita della suggestione psicologica il timore di un infausto esito della puntura, la paura è ben supportata da argomentazioni razionali.
Quindi non è contrario alla ragione rischiare di prendere un virus (una possibilità su 400) piuttosto che morire con una vaccinazione (2 su un milione). Entrambi sono ipotesi che rimandano al singolo, che non ha alcuna intenzione di graffiarsi il dito.
Perciò questa ragione è schiava delle passioni (sempre Hume) o meglio è comprensibile come ragione solo se ha un’anima passionale: «La ragione è una pacata determinazione delle passioni».
Intanto il mio amico attende una risposta, lui che non ha alcun interesse per i ragionamenti filosofici, lui che crede siano solo una perdita di tempo. Certo, gli rispondo, ma di questa paura ne dobbiamo parlare? Da dove viene? Perché esiste e si manifesta?

Non è contrario alla ragione che io preferisca la distruzione del mondo intero piuttosto che graffiarmi un dito
David Hume
Certo, direbbe sempre Hume, è tipico della natura umana agire mediante l’immaginazione. Essa, l’immaginazione, si estende oltre il reale e fa sentire vicine le cose lontane (sono saldamente fermo sul balcone in cemento armato del cinquantesimo piano e la ringhiera di ferro spesso, ben conficcata nel cemento, mi trattiene, ma intanto ho paura di cadere giù).
Il mio amico si rammarica, si rimprovera una scarsa razionalità, immagina vicino un evento (esito infausto del vaccino) che statisticamente è molto lontano. La razionalità non gli dà nessun supporto, o meglio si rivela razionale il timore, perché in fin dei conti quello che si graffierà sarà il suo dito e non quello degli altri sconosciuti.
Dopo circa un’ora di discussione concordiamo che comunque è opportuno vaccinarsi non perché sia una conclusione razionale, ma unicamente perché il calcolo utilitaristico della probabilità ci dice che è preferibile graffiarsi il dito con una puntura sul braccio.
Quindi, al contrario di quello che si è detto per secoli del signor Hume, nessun esito scettico. Anche per noi, come per lui, si dà scienza solo del probabile, la certezza la lasciamo ai polli d’allevamento.
Intanto il mondo è ancora in piedi, indifferente alle nostre vaccinazioni. «E se il sole è sorto fino ad oggi non è detto che sorgerà anche domani» (sempre lui, il signor Hume).